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L’ALBERO DI GOETHE

Posted by admin on gen 22, 2010 in NARRATIVA E POESIA

“Per un amico si può fare di tutto, sempre”
Questa frase, pronunciata da un ragazzo di quindici anni, mi ha fatto pensare.
Certo, potrebbe sembrare uno di quei classici patti di amicizia come “insieme per sempre” e cose simili. Se non fosse per il fatto che questi sei fanciulli stanno trascorrendo la loro adolescenza in un campo di concentramento; e lottano ogni ora, ogni giorno, per la propria sopravvivenza e per quella degli amici.
Tutti loro, se si presentasse l’occasione, sarebbero disposti a sacrificare la loro stessa vita per gli altri “compagni d’avventura”, un’avventura che nessuno vorrebbe affrontare.
Questo fatto mi fa pensare che le persone –in particolar modo i ragazzi- a causa della necessità di sopravvivere durante le difficoltà, si legano l’uno all’altro in modo probabilmente un po’ più vero che nel giardinetto verde e fiorito dell’enorme rossiccia e piena di finestroni, scuola media durante l’allegra, libera e solare ricreazione.

Pensieri di Cristina Sivieri sul romanzo “L’Albero di Goethe”

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ARRIVEDERCI RAGAZZI

Posted by admin on gen 22, 2010 in NARRATIVA E POESIA

“Arrivederci, ragazzi”
Ho riflettuto su questa frase perché chi l’ha pronunciata (ovvero padre Jean, il direttore del collegio) probabilmente non vuole fare capire -anche se inutilmente- che quella sarà l’ultima volta che lui e i collegiali francesi si parleranno e che si guarderanno negli occhi. Quegli occhi lucidi a causa delle lacrime che lentamente percorrono le gote dei ragazzi, a causa dell’addio che sono “costretti” a scambiarsi.
Un addio che si porta via Jean, Negus e Dupré, tre amici la cui unica colpa è quella di essere ebrei.
E padre Jean, un uomo che ha spontaneamente aiutato questi fanciulli continuamente ed ingiustamente perseguitati.

Pensieri di Cristina Sivieri sul romanzo di Louise Malle “Arrivederci ragazzi”

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ARRIVEDERCI RAGAZZI

Posted by admin on gen 16, 2010 in NARRATIVA E POESIA

Ho riflettuto su questa frase perché chi l’ha pronunciata (ovvero padre Jean, il direttore del collegio) probabilmente non vuole fare capire -anche se inutilmente- che quella sarà l’ultima volta che lui e i collegiali francesi si parleranno e che si guarderanno negli occhi. Quegli occhi lucidi a causa delle lacrime che lentamente percorrono le gote dei ragazzi, a causa dell’addio che sono “costretti” a scambiarsi.
Un addio che si porta via Jean, Negus e Dupré, tre amici la cui unica colpa è quella di essere ebrei.
E padre Jean, un uomo che ha spontaneamente aiutato questi fanciulli continuamente ed ingiustamente perseguitati./h3>

Pensieri di Cristina Sivieri sul romanzo di Louise Malle “Arrivederci ragazzi”

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